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2047 burpees oltre il limite: quando la forza diventa squadra e solidarietà

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Un’ora. 2047 burpees. Sei atleti. Una sola squadra. Una causa. Ci sono numeri che si leggono. E poi ci sono numeri che si conquistano, uno dopo l’altro, con il fiato corto, le gambe che bruciano e la mente che, a un certo punto, chiede soltanto di fermarsi.

2047 è il numero raggiunto da Francesco Rosato, Valentina Perlangeli, Carmela Loragno, Graziana Colamussi, Federico Pezzuto e Antonio Trigiante per il tentativo Guinness World Record di burpees a squadra in un’ora, avvenuto durante la prima edizione del MoviFest, andata in scena il 3 settembre a Santeramo in Colle.

Sessanta minuti nei quali sei atleti hanno trasformato un esercizio apparentemente semplice in una prova estrema di resistenza, tecnica, concentrazione e, soprattutto, spirito di squadra.
Il risultato supera il precedente riferimento di 1649 burpees e apre la strada a un possibile nuovo Guinness World Record. L’ufficializzazione resta subordinata alle verifiche e alle procedure previste dal regolamento ma, al di là delle carte e dei certificati, resta ciò che è successo davanti al pubblico: quel limite è stato superato, e non di poco. Prima ancora del record, però, c’è una storia. Ed è una storia fatta di persone.

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Tutto nasce da un’idea. E da due persone

L’idea di provare a conquistare il record durante il MoviFest è nata da Francesco Rosato e Valentina Perlangeli.

E questa non è la prima sfida che affrontano insieme. Nel 2024 avevano già condiviso un’impresa entrata nella storia del Guinness World Records: insieme a un team di dodici atleti avevano stabilito il record mondiale del maggior peso sollevato con kettlebell swing in un’ora, superando i 52 mila chilogrammi. Questa volta, però, la sfida era diversa.

Non soltanto perché i burpees richiedono una componente cardiovascolare molto più marcata, ma perché Rosato aveva deciso di uscire ancora una volta dalla propria comfort zone.

«I quattro record che detengo riguardano capacità condizionali diverse rispetto ai burpees, che sono un esercizio molto più aerobico e cardiovascolare. […] Volevo provare qualcosa di nuovo. E mi sta piacendo tantissimo», aveva raccontato prima della sfida.

Ma l’idea più importante non era soltanto fare un record. Era costruire una squadra.

La scelta dei cinque compagni non è avvenuta guardando soltanto classifiche, tempi o capacità fisiche.

Rosato lo ha spiegato chiaramente: «Non abbiamo cercato soltanto atleti fortissimi. Abbiamo cercato anche persone con un cuore immenso, delle belle persone».

È una frase che racconta meglio di qualsiasi numero la filosofia dietro questa impresa. Perché un record individuale può essere una battaglia contro sé stessi. Un record a squadre è qualcosa di completamente diverso. È una promessa fatta agli altri.

È sapere che il proprio errore può costare caro a tutti. È sapere che, quando arriverà il momento più difficile, qualcuno dovrà essere pronto a fare un burpee in più per compensare quello che un compagno non riesce più a fare.

«Una sfida a squadre non comporta una minore responsabilità. Anzi, secondo me la responsabilità è maggiore, perché sai che un tuo errore potrebbe costare il record del mondo anche agli altri», racconta Rosato. Ed è proprio lì che nasce il concetto di team. Non sei più soltanto tu. È un intero gruppo.

Un’ora contro la fatica

Il burpee, preso singolarmente, sembra quasi un gesto banale: si scende, si tocca il terreno, si torna in piedi, si salta. Ma provate a ripeterlo centinaia di volte. Anzi, provate a farlo 2047 volte, rispettando ogni volta gli standard richiesti. La difficoltà non era quindi soltanto nella quantità. Era nella precisione.

I due riferimenti che delimitavano l’area di esecuzione erano stabiliti in relazione all’altezza di ciascun atleta. Ogni ripetizione doveva inoltre rispettare precisi standard tecnici, con il corretto allineamento del corpo. E più passano i minuti, più tutto diventa difficile.

Perché la fatica modifica il gesto. Il respiro si fa più pesante, le gambe iniziano a perdere reattività, la concentrazione cala. E proprio quando il corpo vorrebbe semplificare il movimento, la tecnica deve rimanere impeccabile.

È questa una delle difficoltà più grandi di una prova simile: continuare a fare bene ciò che il corpo, stanco, vorrebbe fare sempre più velocemente e sempre meno precisamente.

Lo stesso Rosato aveva indicato proprio negli standard Guinness uno degli ostacoli principali: «Le due linee a una distanza specifica, il corpo totalmente dritto, anca, ginocchia e spalle nella posizione richiesta e così via. Quindi direi che la vera difficoltà sono gli standard».

Il primo burpee è solo l’inizio. Poi arriva il centesimo. Il cinquecentesimo. Il millesimo. E a quel punto non è più soltanto una questione di preparazione fisica. È una battaglia mentale.

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Quando la forza di uno diventa la forza di sei

Una sfida individuale è già difficile. Una sfida a squadre aggiunge una variabile ancora più complessa: gli altri. Bisogna sapersi sincronizzare. Gestire i cambi. Conoscere il proprio ritmo e quello dei compagni. Capire quando spingere e quando conservare energie.

E soprattutto bisogna fidarsi. Perché quando uno rallenta, la squadra deve trovare una risposta. Quando uno è in difficoltà, gli altri devono diventare la sua energia. È un meccanismo quasi invisibile, ma decisivo. È questa la forza che ha accompagnato i sei atleti fino alla 2047ª ripetizione. Quella ripetizione non appartiene davvero a un singolo atleta. Appartiene a tutti.

Forse è proprio questo il ricordo che resterà più a lungo del numero scritto sul tabellone.

Non soltanto la fatica. Non soltanto il dolore. Ma le ore di allenamento insieme, il sostegno, le risate, i momenti di tensione, le strategie costruite attorno a un obiettivo comune. Rosato lo aveva già detto prima della prova: «Quando ricorderemo questa esperienza, vorrei sorridere ripensando a tutto il percorso. A quanto è stato faticoso, ma anche a quanto è stato bello condividere allenamenti e cene con gli altri ragazzi che hanno provato questo record insieme a me».

E forse è proprio questa la parola giusta: condivisione. Perché un record può appartenere a un atleta. Ma un’impresa appartiene a una squadra.

“Dietro questa impresa, però, non ci sono soltanto i sei atleti. – spiega Francesco. – C’è stato uno staff prezioso e instancabile, capace di accompagnare ogni fase della sfida: dalla preparazione all’organizzazione, dal supporto durante la prova fino a quei piccoli dettagli che, nei momenti di maggiore fatica, fanno la differenza. Ogni persona dello staff ha messo energia, competenza e cuore, diventando parte integrante di un risultato che appartiene davvero a tutta la squadra”.

Accanto a Rosato, fin dall’origine del progetto, c’è stata Valentina Perlangeli.

È stata lei, insieme a Francesco, a dare forma all’idea del record e a contribuire alla costruzione di una squadra nella quale la dimensione sportiva potesse convivere con quella umana.

«Da questa mattina ho una sensazione strana – racconta all’indomani dell’impresa – mi sento allo stesso tempo piena e vuota. Ho il cuore colmo di sorrisi, sguardi, incitamenti, pacche sulla schiena, consigli, messaggi e allenamenti. È pieno di gioia e di orgoglio, ma soprattutto di gratitudine, per aver avuto ognuno di voi nella mia vita e per aver avuto l’onore di scrivere un piccolo pezzo della mia storia insieme a persone così speciali. Eppure, proprio adesso che tutto è finito, sento anche un vuoto, quello che rimane nello stomaco e nella parte più profonda di noi quando si conclude qualcosa di straordinario. È la nostalgia che arriva subito dopo aver vissuto un’esperienza che ti ha dato tantissimo. E allora la domanda può essere una sola: quando lo rifacciamo?»

Il MoviFest: molto più di un record

Il record dei burpees è stato uno dei momenti più spettacolari di una manifestazione nata per mettere al centro il movimento in tutte le sue forme.

Il MoviFest ha raccolto 276 iscrizioni e 658 interessi complessivamente espressi, con persone attratte da discipline molto diverse: yoga, calisthenics, pilates, fitness e wellness, difesa personale, basket, cross training, hip hop, sport da combattimento, skate e challenge di forza.

Una fotografia che racconta perfettamente la filosofia della manifestazione: non uno sport contro l’altro, ma tanti mondi diversi riuniti nello stesso luogo attraverso il movimento.

E l’attenzione non è mancata nemmeno online. Nei 30 giorni precedenti all’evento, il MoviFest ha raggiunto 206.419 visualizzazioni, 27.616 account e 5.301 interazioni, conquistando 1.046 nuovi follower netti.

Ma il dato forse più significativo è un altro: il 62,5% delle visualizzazioni è arrivato da persone che non seguivano ancora il profilo.

Il progetto è così uscito dalla propria bolla, raggiungendo una comunità molto più ampia.

E soprattutto ha dimostrato la forza del territorio: il 76,8% del pubblico proveniva da Santeramo, con Bari al 2,2%, Altamura all’1,7%, Cassano all’1,3% e Gioia all’1,1%. Numeri che raccontano una città che ha guardato, seguito e partecipato. La giornata del MoviFest non ha vissuto soltanto della sfida a squadre. Accanto ai 2047 burpees è arrivata anche la challenge individuale di muscle up. A superare il record italiano un altro atleta straordinario, Davide Simone, che con 81 esecuzioni in 30 minuti vola sulla vetta dei “mostri” di questa disciplina.

La forza che diventa solidarietà

Eppure il vero significato di questa impresa va ancora oltre il risultato sportivo. La sfida è stata infatti legata a una raccolta fondi destinata ad ANPA Santeramo, realtà impegnata nella cura e nella tutela degli animali.

Per Rosato non è una novità. Il primo dei suoi record è stato dedicato al cane che aveva perso. «Volevo fare qualcosa di buono per lui. Volevo che fosse fiero di me», aveva raccontato. Da allora la dimensione benefica è diventata parte integrante delle sue imprese. E il messaggio che vuole lasciare questa volta è ancora più chiaro: «Il fine ultimo della forza è aiutare chi la forza non ce l’ha».

È qui che il gesto atletico cambia prospettiva. La fatica non diventa soltanto una prova da superare. Diventa uno strumento per aiutare qualcun altro. E allora 2047 non è più soltanto un numero. È un messaggio.

La squadra è già un’impresa

Bisognerà attendere un po’ prima di ricevere l’eventuale ufficializzazione del Guinness World Record. Ma c’è qualcosa che nessuna verifica potrà cambiare. Il 3 settembre sei atleti hanno spostato il proprio limite insieme. Hanno trasformato la fatica individuale in energia collettiva. Hanno trasformato un’idea in una squadra. Una squadra in un’impresa. E un’impresa in solidarietà. Ma forse la parte più bella della storia è che non sembra essere finita qui. Perché chi vive di sfide difficilmente si ferma davanti a un traguardo.

Francesco e Valentina hanno già dimostrato di saper trasformare un’idea in un progetto, coinvolgendo atleti, pubblico e territorio. E dopo il record, inevitabilmente, arriva la domanda che accompagna ogni nuova impresa:

E adesso?

Forse ci sarà un altro limite. Un’altra disciplina. Un’altra squadra. Un’altra causa da sostenere. Perché la vera forza di un team non si misura soltanto da quanto riesce a fare quando tutto va bene. Si misura dalla voglia di tornare ad allenarsi insieme dopo aver dato tutto. Di ricominciare. Di cercare un nuovo obiettivo. Di guardarsi negli occhi e dire: «Qual è la prossima?»

2047 burpees. Un’ora. Sei atleti. Una squadra. Una causa. Il numero resterà.

Il possibile record dovrà passare attraverso le verifiche. Ma l’emozione, il supporto, il sudore condiviso e la consapevolezza di aver costruito qualcosa insieme sono già un risultato. Perché alla fine il vero limite non è quello che il corpo riesce a sopportare. È quello che siamo disposti a superare insieme. E, per questa squadra, probabilmente, 2047 non è un punto di arrivo. È soltanto il prossimo punto di partenza.