C’è un filo sottile, ma resistentissimo, che unisce pedana e panchina, atleta e tecnico, sogno e responsabilità. È il filo del fioretto. Ed è lo stesso che lega il nome di Simone Vanni alla storia della scherma italiana.
Recentemente, due allievi del corso in telecronaca sportiva della Sport Business Academy, Francesco Ruggieri e Giovanni Fornengo, hanno avuto l’opportunità di intervistare uno dei protagonisti assoluti del movimento azzurro: un campione che ha saputo reinventarsi, diventando guida tecnica di due Nazionali e primo Commissario Tecnico nella storia a passare dalla Nazionale Paralimpica a quella Olimpica nel fioretto.

Nato a Pisa il 16 febbraio 1979, Simone Vanni è stato uno dei volti simbolo del fioretto maschile italiano negli anni d’oro della scherma azzurra. Da atleta, il suo palmarès parla una lingua universale: quella delle vittorie che restano. Campione Olimpico a squadre nel fioretto maschile ad Atene 2004, Campione del Mondo individuale a Lisbona 2002, due volte Campione del Mondo a squadre (L’Avana 2003 e Antalya 2009), Campione Europeo individuale a Coblenza 2001 e quattro volte Campione Europeo a squadre. Titoli che non sono soltanto medaglie, ma frammenti di un’epoca in cui l’Italia del fioretto dominava il panorama internazionale. E Vanni ne era uno degli interpreti più eleganti e determinati.
Se la carriera da atleta è stata straordinaria, quella da tecnico ha assunto contorni quasi epici. Dal 2015 a gennaio 2024 è stato Responsabile d’Arma della Nazionale Italiana Paralimpica di fioretto. Un percorso culminato in trionfi storici ai Giochi Paralimpici: 2 ori individuali di Bebe Vio (Rio 2016 e Tokyo 2020); 2 argenti e 2 bronzi a squadre; il bronzo della squadra femminile a Parigi 2024 e l’argento di Matteo Betti. Un ciclo tecnico costruito su competenza, sensibilità e visione. Non solo risultati, ma cultura sportiva, spirito di squadra, identità.
Nel febbraio 2025 arriva una svolta storica: Vanni viene nominato Responsabile d’Arma della Nazionale Olimpica di fioretto. È il primo CT a compiere il passaggio dalla guida della Nazionale Paralimpica a quella Olimpica. Un segnale forte, che racconta come il merito e la qualità tecnica superino ogni barriera.
Il nuovo ciclo olimpico parte con un’esplosione di successi. Agli Europei di Genova 2025 arrivano 3 ori (squadra maschile, squadra femminile e titolo individuale maschile di Guillaume Bianchi) e 2 bronzi (Tommaso Marini e Martina Batini). Ai Mondiali di Tbilisi 2025 la squadra maschile conquista l’oro, mentre quella femminile sale sul podio con il bronzo insieme alle medaglie individuali di Martina Favaretto e Anna Cristino. Non solo: entrambe le squadre – maschile e femminile – vincono due Coppe del Mondo 2025 e occupano stabilmente il primo posto nel ranking mondiale. Il lavoro di Vanni si riflette anche nel vivaio: ai Mondiali Juniores di Wuxi 2025 arrivano un oro e un argento a squadre Under 20, oltre a due Coppe del Mondo giovanili. Un sistema che funziona, dal vertice alla base.
Nel 2025, alla Rassegna dei Collari d’Oro, Simone Vanni riceve la Palma d’Oro del CONI, la massima onorificenza per un tecnico. Non è solo un premio ai risultati dell’ultimo anno: è il riconoscimento di un percorso, di una coerenza professionale, di una leadership costruita nel tempo. Dietro ogni medaglia c’è una strategia. Dietro ogni strategia, una persona capace di leggere il talento e trasformarlo in squadra.
Per Francesco Ruggieri e Giovanni Fornengo, l’intervista a Simone Vanni non è stata soltanto un esercizio didattico, ma un confronto diretto con chi ha vissuto lo sport ai massimi livelli, prima come protagonista in pedana, poi come regista dalla panchina. Ascoltare il racconto di un Campione Olimpico che oggi guida la Nazionale numero uno al mondo significa toccare con mano cosa significhi evolversi senza perdere identità. Significa capire che il talento è importante, ma la continuità lo è ancora di più. Significa scoprire che nello sport – come nella telecronaca – la differenza la fanno la preparazione, la passione e la capacità di leggere il momento.
L’intervista che segue non è solo un dialogo con un grande protagonista della scherma italiana. È il racconto di una carriera che unisce due mondi, quello olimpico e quello paralimpico, sotto un’unica idea di eccellenza. E in quell’idea c’è tutto Simone Vanni: il campione, il tecnico, il costruttore di vittorie.
Così il Commissario Tecnico del Fioretto Italiano, Simone Vanni, descrive alcune delle chiavi per raggiungere i risultati auspicati da tutti i tifosi italiani nei prossimi appuntamenti internazionali nell’arma regina della scherma.
(Domande dei partecipanti del corso, riassunte e riportate da Francesco Ruggieri)
Lei ha prima fatto parte ed ora allena la nazionale da sempre considerata tra le leader assolute del movimento fiorettistico mondiale. Pensa che la pressione verso il risultato sia un peso o che possa anche diventare un’arma se ben gestita, sia come ex atleta che come attuale CT?
Noi siamo senz’altro la nazione leader nel fioretto, lo siamo dagli anni ’90, ma spesso anche prima. La nostra è una tradizione radicata ai vertici. Sia da atleta, anche giovane, che da CT ho avuto sempre gare con pressioni. Sono abituato ad affrontarla ed a condividerla coi miei ragazzi. Io faccio leva con gli atleti sul fatto che la pressione non deve essere mai eliminata, ma si può gestire. Lo sa bene chi è salito sulle pedane importanti delle Olimpiadi o delle Finali: vince chi sa gestire meglio la pressione, non chi non la sente. Un atleta che dice di non sentire la pressione in una Finale Olimpica è un bugiardo. Allenatori ed atleti si misurano e si giudicano solo sulle medaglie vinte. Vincere per l’Italia della scherma è quasi scontato, come andare a lavorare in ufficio, ma non lo è mai davvero e spesso la realtà lo ha dimostrato.
E come sta gestendo da CT la pressione che può arrivare dalle mancate convocazioni di alcuni atleti?
Mi è successo. Mi hanno chiamato direttamente, perché il mondo della scherma è piccolo, ma il lavoro del CT non è di accontentare tutti. Se scegli una parte, non scegli dall’altra, per cui ci saranno sempre contenti e scontenti. Io cerco sempre di seguire una logica e di non fare scelte personali. In fondo di scelte ne devo fare molte, perché alleno dagli Under 16 agli assoluti, sia maschili che femminili. Per la Coppa del Mondo ne devo scegliere solo dodici, e meriterebbero il posto in 25.
Allenare atleti e paratleti è stato uguale per lei? Oltre alla ricerca del risultato e della vittoria, quali valori umani e sportivi vuole trasmettere ai suoi atleti? Sono gli stessi che trasmetteva quando allenava i paratleti o ha dovuto adattarli al nuovo ambiente?
Allenare un atleta paralimpico o olimpico per me non fa differenza. I valori di rispetto ed impegno sono gli stessi. I principi su cui fondo il mio modo di allenare sono i medesimi: dare il massimo, affrontare il qui ed ora. Per quanto riguarda i principi ed i metodi di base, non ci sono differenze. La differenza è nelle persone, nelle caratteristiche su cui dover lavorare, che posso ritrovare sia in un atleta che in un paratleta. Per lo stesso motivo, nella Nazionale Olimpica, non posso allenare ad esempio la Errigo così come alleno la Favaretto, proprio per le loro differenti caratteristiche.
Cosa caratterizza Bebe Vio? Cosa ti ha fatto capire che non è come gli altri paratleti che hai allenato?
È una leader nata, una trascinatrice, spinge te ed i suoi compagni a dare il massimo. Non può avere “fannulloni” accanto, non resisterebbero. Ha un’energia straordinaria, una capacità di resistere alla pressione ed una concentrazione impressionanti, pari forse solo a Valentina Vezzali. Riesce come nessun altro a migliorare i suoi compagni di squadra e i suoi preparatori. È stata una delle esperienze più difficili e formative della mia carriera, perché Bebe ha degli impegni particolari, come l’incontro con Obama, che superano quelli in palestra.
Il primo valore di un atleta quale deve essere?
Sicuramente l’umiltà nell’affrontare la vita dell’atleta. Perché gli atleti sono presuntuosi ed è importante che lo siano. Non aver paura di nessuno non significa non abbassare mai la testa. Così come essere umili non significa porgere l’altra guancia.
Come si lavora sull’errore, senza minare la sicurezza degli atleti?
Si lavora facendolo vedere e sempre in modo positivo, dicendo di fare una determinata cosa. Mai in negativo. Se invece dici all’atleta di non fare così, il cervello andrà subito a pensare a quell’azione e vedrai che ripeterà l’errore. Rivedersi aiuta tantissimo, specialmente gli atleti di alto livello. Bisogna lavorare sulle caratteristiche di atleta ed avversario. Poca roba, ma decisa, che possa essere capita e messa in pratica velocemente.
Come aiuti gli atleti nel gestire sconfitte e delusioni?
Le peggiori delusioni sono quelle Olimpiche. Niente delude come una sconfitta olimpica o quanto arrivare vicini ad un risultato strepitoso, come una medaglia olimpica, e poi perderla… Mi metto sullo stesso piano dell’atleta, cerco di parlare molto con loro e di capire il perché di quanto sia successo. Fortunatamente ho avuto un passato da atleta e preferisco un rapporto più orizzontale rispetto a quello verticale tra CT ed Atleta. Così gli atleti si sentono più fiduciosi e meno accusati, cosa che comunque l’opinione pubblica farà tantissimo. Oggi il pubblico è severo e spesso molto pesante sui social, specie se si aspetta una medaglia da un certo atleta. Quando ero io un atleta, mi sono incontrato poco coi social, che erano proprio all’inizio. Per fortuna… In Italia o si vince, o è un fallimento. Ma non è così.
Come prepari gli atleti e come li aiuti in gara?
Ogni sei/sette settimane organizzo un raduno, con simulazioni di gara, lezioni e visione dei video. In gara seguo tutti a fondo pedana, ma li faccio affiancare dal loro maestro “preferito” tra quelli dello staff federale, di cui ho massima fiducia. Tra i miei compiti c’è anche quello di far crescere maestri più giovani, per ringiovanire lo staff della Federazione Scherma. Per questo seguo anche le gare under 20, che ho affidato ad un gruppo di maestri under 35.
Quale è stata la sconfitta che ti ha segnato più delle vittorie?
Niente equivale alla sconfitta alle Olimpiadi. Venivo da due stagioni in cui avevo vinto un Mondiale ed ero arrivato secondo l’anno successivo. Sarei stato il primo italiano in assoluto a vincere due mondiali di fila, ed ancora non c’è riuscito nessuno. Ci sono andato vicino, ma vicino non conta. Mi aspettavo di vincere una medaglia alle Olimpiadi di Atene 2004, invece uscii nei Quarti di finale contro un giovane russo che battevo sempre. Quella medaglia persa mi ha ucciso dentro… Onestamente in quel periodo manca nel mio palmares una medaglia individuale olimpica. Ma in fondo si merita solo quello che si riesce a raggiungere.
Quale è la differenza tra la gara individuale e quella a squadre?
La scherma è pur sempre uno sport individuale, ma nell’allenamento ha tutti i fattori dello sport di squadra. Ci sono stati grandi campioni che non hanno retto la pressione della gara a squadre. Perché sono gare più veloci, dove hai solo 3 minuti di tempo e perché erediti o lasci un punteggio che è frutto del lavoro anche dei tuoi compagni. Far restare in vantaggio o lasciare in svantaggio la tua squadra a volte preoccupa gli atleti. Per questo molti atleti tremano in pedana nelle gare a squadre, ma gestire la pressione vuol dire anche riuscire a rendersi pericolosi e fare cose difficili, nonostante la paura di non far bene. Molto differente è anche la reazione alla vittoria. Se vinci nell’individuale, gli altri hanno perso; invece vincere insieme è più bello, perché festeggi con tutti i compagni. La gioia è doppia, specie se c’è amalgama nel gruppo. In quel caso la vittoria è eccezionale!
Perché la scherma non trova uno spazio mediatico? Servirebbe un fenomeno generazionale o forse è proprio uno sport di nicchia?
Sicuramente la scherma dovrebbe rendersi più attraente. Ci sono troppe regole complicate, spesso anche per noi addetti ai lavori, molto difficili da capire per il grande pubblico. Forse occorrerebbero gare più corte, perché ormai si va verso sport con azioni molto veloci e di facile comprensione, mentre la scherma rimane uno sport di tradizione. Oppure servirebbe un fenomeno mediatico, come fu ai tempi Aldo Montano, il primo ad uscire dall’essere solo uno sportivo ed a portare sulla ribalta la scherma, forse più per la vita mondana privata. Anche Bebe Vio ha sicuramente portato molto risalto al movimento schermistico paralimpico ed olimpico italiano.
Perché praticare la scherma?
È uno sport particolare, difficilissimo, fatto di situazioni. Aiuta a prendere decisioni in un secondo, insegna il rispetto per l’avversario, per l’arbitro, che è la prima autorità, e per il tuo maestro. È uno sport in cui non si discute l’autorità di chi sta sopra di te: è uno dei fattori più importanti. Ti porta a viaggiare in giro prima in Italia, poi nel mondo. E l’Italia compete sempre per vincere; il terzo posto ci sta stretto!
Come è nata la passione per il fioretto e come ha influenzato il tuo modo di pensare?
Il modo di pensare di uno schermidore è quello di prevedere sempre più di una mossa alla volta, di non restare mai sorpresi, di prepararsi il terreno per quello che vogliamo andare a fare e non far scoprire mai il nostro vero obiettivo. Non so o non ricordo se ho avuto mai un modo diverso di pensare da “non schermidore”, perché sempre quello ho fatto: prima da atleta, poi da maestro, da CT paralimpico ed ora da CT della squadra Olimpica.
Quale è la differenza tra la scherma di oggi e quella di quando gareggiavi?
“La scherma che facevamo noi era più difficile!”, dico sempre ai miei atleti. Non è vero, ma glielo dico sempre lo stesso. Ai miei tempi era una scherma più veloce, più istintiva, era raro finire il tempo di 9 minuti. Adesso invece si arriva spesso al terzo tempo, quindi occorrono più forza fisica e resistenza. In generale, in tutte le discipline si sta andando verso modalità di sport sempre più fisici, veloci e potenti.
Anche la preparazione atletica in palestra è cambiata negli anni?
La preparazione fisica conta tantissimo. I primi cento atleti del mondo sono tutti talentuosi e tutti sanno reggere le pressioni. Tutti devono essere però allenati in una certa maniera per vincere. Il monitoraggio degli allenamenti è diventato continuo.
Quale è stato il tuo più grande rivale e come ti sei preparato per affrontarlo?
Ogni fase della mia carriera ha avuto degli avversari più temibili in quel momento. Il segreto è non scordarsi mai del qui ed ora. Ad inizio carriera c’erano i tedeschi, che non riuscivo mai a battere. Dal 2003 invece erano cresciuti molto i cinesi a livello mondiale. Nel mezzo ho lottato spesso con gli altri italiani: Sanzo, Cassarà, Baldini. Erano avversari molto ostici, ci conoscevamo bene. Ma quando si mette la maschera, in pedana non si hanno più amici, ma solo avversari. In fondo la scherma è un duello, in cui si simula di uccidere l’avversario. Ma poi la sera si andava comunque a festeggiare insieme.
Se oggi, sulla falsariga della celebre scena finale di Rocky 3, dove c’è l’ultimo scontro tra Balboa e Creed, potesse sfidare da solo in pedana uno di questi rivali, chi sceglierebbe tra tutti questi incredibili campioni?
Salvatore Sanzo, pisano come me, con cui ho condiviso un sacco di gioie e dolori. Abbiamo litigato tanto, ma per una bella parte della nostra carriera siamo stati insieme tutte le giornate e con cui sono ancora in contatto. Forse è questo l’assalto che rifarei più volentieri, visto che Sanzo è stato anche il mio apripista, avendo quattro anni più di me. La scherma mi ha fatto trovare tanti amici in ogni dove, nel mondo. Questa è forse la cosa più bella.
Quale è stato il momento più complicato della tua carriera?
Da atleta ho affrontato un momento difficile quando avevo 15/16 anni: mi iniziai ad allenare poco, non ero concentrato sullo sport, uscivo la sera ed i risultati ne risentivano… Tanto è vero che ero finito fuori dal giro della Nazionale, proprio perché avevo poca voglia di allenarmi, nonostante i maestri avessero visto delle doti in me ed avessero insistito per farmi ritornare ad allenare con concentrazione. In fondo io ero il tipo di atleta che adesso, come CT, mi farebbe arrabbiare fuori dalla pedana, ma che avrei perdonato subito appena salito in pedana. Il momento più duro in assoluto è stato invece quando mi ritirai, perché cambiò la mia vita a 360 gradi, dopo venti anni che facevo sempre la stessa cosa. Comunque, a distanza di anni, determinati aspetti della vita di atleta ancora mi mancano, sinceramente.
Che emozioni ha provato nel 2002 nel vincere la medaglia d’oro individuale ai Mondiali di Lisbona?
È stata forse una delle emozioni più forti, perché ero poco considerato per la vittoria finale. La vittoria è stata una sorpresa e, come tutte le sorprese, è stata estremamente emozionante. Per farvi un’idea, pensate a quali sono i vostri sogni ed obiettivi e di raggiungerli velocemente ed in modo inaspettato. È stata proprio un’esplosione di gioia! Le prime vittorie sono quelle che ti emozionano e sorprendono di più.





