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Pietro Mennea e Usain Bolt. Due uomini, due epoche, un’unica eternità chiamata velocità

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Ci sono atleti che vincono e atleti che cambiano il modo in cui il tempo viene percepito. Pietro Mennea e Usain Bolt non si sono mai incontrati in pista, non avrebbero potuto: appartengono a mondi diversi, a epoche lontane, a filosofie quasi opposte della velocità. Eppure, se si osserva bene, corrono nella stessa direzione della storia. Una linea retta fatta di fatica, talento e destino.

Il mito di Barletta: Pietro Mennea
Pietro Mennea non nasce per essere il più veloce del mondo. Nasce a Barletta, lontano dai grandi centri sportivi, lontano da tutto. Non ha il fisico perfetto, non ha un talento “evidente”. Ha qualcosa di più scomodo e raro: un’ossessione feroce per il miglioramento. Corre quando gli altri si fermano. Si allena quando gli altri riposano. Studia, analizza, soffre.

Nel 1979, a Città del Messico, corre i 200 metri in 19”72. Un tempo che sembra impossibile. Un record che resterà imbattuto per 17 anni. Non per caso, ma per determinazione. Mennea non vola: resiste. È l’atleta che vince contro il dolore, contro la paura, contro se stesso.

Curiosità: Mennea si laurea in Giurisprudenza, Scienze Politiche e Scienze Motorie. Perché per Pietro, correre non basta. Bisogna capire.

Il fulmine della Giamaica: Usain Bolt
Usain Bolt, invece, sembra nato già in corsia. È alto, sorridente, leggero. Quando corre, il mondo si ferma e lui sembra divertirsi. La velocità per Bolt non è una battaglia: è un linguaggio naturale. Quando nel 2008 abbassa il record dei 100 metri a 9”69, rallenta prima del traguardo. Nel 2009 lo porta a 9”58. Un tempo che ancora oggi sembra irreale. Bolt non corre contro il cronometro: lo umilia.

Curiosità: Da giovane voleva fare il giocatore di cricket. E anche da campione assoluto, scherza, balla, provoca. Perché Bolt non ha paura della grandezza: la abita con leggerezza.

Due rette parallele che si incontrano nella storia
Mennea è compatto, nervoso, teso. Bolt è lungo, fluido, quasi elastico. Mennea costruisce ogni centesimo di secondo. Bolt li regala al mondo con naturalezza. Uno corre contro i propri limiti. L’altro corre oltre i limiti dell’immaginazione. Eppure, entrambi arrivano nello stesso punto: la storia.

C’è però una somiglianza profonda, spesso ignorata. La velocità è uno sport solitario. Nei 100 o 200 metri non esiste squadra, non esiste scusa. Esiste solo il momento in cui il silenzio cade e il corpo decide chi sei. Mennea vive questa solitudine come un peso da sopportare. Bolt come uno spazio da dominare. Ma entrambi, in quel silenzio, sono completamente soli con se stessi.

Il tempo è l’unico avversario che non si può intimidire. E Mennea e Bolt lo hanno affrontato in modo opposto, ma con lo stesso risultato: lo hanno piegato. Mennea ha insegnato che la velocità può essere costruita con sacrificio, studio, ossessione. Bolt ha dimostrato che il talento, quando è libero, può sembrare sovrumano. Uno ha aperto la strada. L’altro l’ha percorsa come nessuno mai.

Chi è il più grande?
La domanda è sbagliata, perché lo sport non è un confronto tra numeri, ma tra storie.
Pietro Mennea è il simbolo di chi non era destinato a farcela, ma ci è riuscito.
Usain Bolt è il simbolo di chi sembrava destinato a dominare, e lo ha fatto davvero.
Diversi in tutto, simili in una cosa sola: hanno corso oltre ciò che sembrava possibile per l’essere umano del loro tempo. E questo, più di qualsiasi record, li rende eterni.

 

Foto anteprima di Celso Pupo

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Foto di Sergio Del Grande