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Cosa resta di Milano-Cortina 2026 (all’italiano medio). Un’eredità sospesa tra grandi promesse e concrete riflessioni

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a cura di Gianluca Gervasoni

Non nevica più a Milano. Neve artificiale si intende, quella sparata dalle lance ad alta pressione, perché quella vera l’ha invocata uno sciamano ed è arrivata poco e tardi, appena in tempo per le Olimpiadi. La cerimonia di inaugurazione e quella conclusiva sono stati i momenti più visti in televisione, un vero boom di ascolti. Non a caso. Delle grandi manifestazioni ci interessa l’inizio e la fine, per dire di esserci stati. Le parate in grande stile, lo show, Snoop Dogg a Gallarate.

Per il resto, di questa pagina di sport cosa ricorderemo? Contiamo le medaglie e ne siamo giustamente felici, orgogliosi per i nostri atleti e i loro miracoli. Del resto abbiamo frammenti di sport strani, che non comprendiamo davvero e con cui difetta il feeling. Li commentiamo con la distratta curiosità dell’umarell col curling, affascinato da questa eccentrica, alto-borghese variante del torneo di bocce al lido.

E mentre ci si interroga su cosa resterà delle grandi opere, su bilanci e impatti, abbiamo messo insieme i momenti più significativi di Milano-Cortina 2026. Non quelli per il tecnico o l’esperto, ma quelli che hanno colpito lo spettatore medio, quello inciampato nella gara di biathlon o in un quadruplo axel di Ilia Malinin mentre faceva zapping, cercando la partita di calcio o la cronaca nera.

McGrath che ne ha abbastanza
Atle Lie McGrath, il campione norvegese e favorito all’oro nello sci alpino maschile, è caduto durante la seconda manche della gara di slalom speciale. Un fatto insolito per lui, ma non per la disciplina che prevede cambi di directional repentini e curve strette.

Più che di questo, però, si è parlato del fatto che subito dopo si sia tolto gli sci, abbia lanciato i bastoncini in aria e abbia abbandonato la pista. Voleva trovare un po’ di pace nel bosco per liberare la tensione, ma è stato braccato da fotografi, addetti e polizia, diventando il protagonista del caso del giorno. Ci hanno dovuto spiegare della morte del nonno, del loro rapporto, perché un po’ di sano gossip del dolore poteva aggiungere del pepe a uno dei pochi sport invernali che non ne ha mai bisogno.

Anche a Sud del mondo sanno cos’è la neve
Vincono poco e niente, ma ci sono. Ha stupito più di qualcuno che non ricordi il film cult Cool Runnings – Quattro Sottozero del 1993, ma alle Olimpiadi invernali partecipano anche atleti di Paesi che non conoscono settimane bianche, dall’Africa al cuore dei Caraibi. In questo, Milano-Cortina ha fatto la storia perché il brasiliano Lucas Pinheiro Braathen ha vinto la prima medaglia del Paese nella storia dei giochi invernali: un oro nello slalom gigante.

E va bene, c’è il trucco. Braathen è nato e cresciuto in Norvegia, vive a Milano. Come spesso succede in questi casi, ha semplicemente deciso di rappresentare la nazione di uno dei due genitori. Non toglie comunque nulla al significato del titolo, impreziosito dai passi di samba che di scalpore l’atleta esegue prima delle gare.

È stata anche l’edizione con la più nutrita rappresentanza di realtà africane, un record storico che era difficile da siglare non solo per questioni climatiche e geografiche, ma di investimenti. Meno risorse la natura mette a disposizione, più fondi sono richiesti per creare le infrastrutture adatte a praticare questi sport. Non è casuale che tra tutte le nazioni partecipanti, forse quella che stride meno sia il Marocco, che deve la sua tradizione sciistica ai monti dell’Atlante e ai diversi resort presenti qui e in Algeria.

Gli scheletri nell’armadio di Lægreid
A meno di non sbirciare sul medagliere, difficilmente ricorderemo che Sturla Holm Lægreid, biathleta norvegese, ha portato a casa tre medaglie d’argento e due di bronzo nelle varianti della sua disciplina. I più non sapranno nemmeno chi sia. Per metterlo meglio a fuoco basta ricordare quel pianto in diretta mondiale, la confessione singhiozzata di un’infedeltà sentimentale di cui il campione ha deciso, per qualche motivo, di parlare pubblicamente. Lo sport come confessionale, come trasmissione in mondovisione di cose che forse potevano restare private, almeno per rispetto della diretta interessata.

Nazgul, l’infiltrato a quattro zampe
Tra le parentesi più esilaranti e meno seriose, quella del lupo cecoslovacco che, dopo essere fuggito dalla sua abitazione, ha invaso il tracciato durante la gara di sprint a coppie di fondo femminile. Ha scavalcato le transenne ed è entrato in pista, correndo il tratto finale come se fosse la cosa più naturale del mondo. È stato squalificato per ragioni diciamo comprensibili, ma gli hanno comunque assegnato la foto al fotofinish. La coppia di proprietari ha scoperto del risvolto olimpionico del loro cucciolone dai social, correndo a recuperarlo con l’aiuto del personale di gara. Che si fa, con un dettaglio del genere? Lo si ama, semplicemente.

Skeleton con assicurazione casco
Se ne potrebbe parlare già per la caratteristica peculiare della disciplina, quella di lanciarsi a proiettile, di testa, in un tubo di ghiaccio dove si raggiungono i 130 km/h. La variante folle ed esuberante dello slittino, che si corre sulle stesse piste artificiali, ma in posizione supina invece che prona. Nonostante questo, scheletro è il nome della slitta e non un indicatore di rischio.

Quello che si apprezza maggiormente di questo sport, per ragioni di ripresa, sono le teste o meglio i caschi degli atleti. Per questo vengono decorati nelle maniere più diverse, il che li rende spettacolari, come quello del sudcoreano Jisoo Kim, o controversi. A questo proposito, il caso più divisivo di tutta la competizione ha riguardato lo skeletonista ucraino Vladyslav Heraskevych, che si è presentato ai Giochi con un casco su cui erano ritratti ventuno atleti ucraini morti durante la guerra, alcuni caduti in combattimento, altri vittime dei bombardamenti russi. Il CIO gliene ha vietato l’uso in gara, richiamandosi alla Regola 50 della Carta Olimpica che proibisce messaggi politici nell’arena sportiva.

Heraskevych ha scelto di non gareggiare piuttosto che rinunciare al casco, trasformando quella che avrebbe potuto restare una nota a margine in uno dei momenti simbolicamente più potenti dell’intera rassegna. La decisione del CIO si è rivelata un boomerang: anziché spegnere il messaggio lo ha amplificato, scatenando una serie di proteste tra gli atleti ucraini e l’attenzione dei media internazionali. Heraskevych non ha vinto una medaglia, ma ha ottenuto un riconoscimento dal presidente Zelensky ed è diventato, suo malgrado, un simbolo.

Una storia che mette a nudo la contraddizione irrisolvibile del movimento olimpico: pretendere di essere apolitico mentre si gestisce l’evento più politico del mondo.

Abbiamo anche vinto tanto, soprattutto grazie alle donne
Questi giochi hanno consegnato all’Italia un bilancio olimpico straordinario, trainato soprattutto dai due ori di Federica Brignone, dalle imprese di Francesca Lollobrigida — tornata sul podio più alto dopo una stagione segnata dalla maternità e da una grave infezione virale — il record di medaglie di Arianna Fontana e il primo oro nella storia del biathlon italiano firmato da Lisa Vittozzi. A completare il quadro, l’oro individuale di Simone Deromedis nello ski-cross, il primo per un uomo italiano dai tempi di Giuliano Razzoli a Vancouver 2010.

Un successo che non è un’eccezione, ma la conferma di un sistema sportivo che funziona, come già dimostrato a Tokyo e Parigi. Resta però un’ombra sul futuro: buona parte di questo gruppo di campioni ha tra i 30 e i 36 anni e, in vista delle Olimpiadi invernali delle Alpi francesi del 2030, il ricambio generazionale sarà la vera sfida da vincere.