A cura di Francesco Ruggieri
I risultati deludenti attuali del calcio italiano di vertice ormai sono evidenti a tutti (leggi l’articolo).
Ma questi risultati derivano da una serie di errori e problematiche non risolte, né
affrontate adeguatamente.
Tra le questioni principali e più evidenti ci sono:
1. La poca attrattiva mediatica a livello internazionale della Serie A, che non è
stata risolta aumentando nel 2004/05 il numero delle giornate di campionato a 38 e
spalmando poi le partite su tutti gli orari possibili del fine settimana.
A rendere poco attrattivo il nostro massimo campionato, non è infatti la presenza di
società piccole come Carpi e Frosinone, come disse Lotito ad Abodi, all’epoca
Presidente della Lega di Serie B ed attuale Ministro dello Sport.
Anzi forse è l’esatto opposto, visto che l’obiettivo massimo dello sport dovrebbe essere
la possibilità di realizzare il sogno di ogni tifoso piccolo o grande che sia, di vedere la
propria squadra del cuore, giocare contro i migliori.
Per aumentare l’appeal della Serie A servirebbe invece diminuire il numero di partite
“inutili”, quelle che spesso da marzo in poi, vedono affrontarsi squadre, senza alcun
reale obiettivo di classifica.
Nella situazione attuale con 20 squadre, 3 retrocessioni ed al massimo 7 posti assegnati
per le Coppe Europee, le restanti 10/11 squadre spesso già a marzo, rimettono i remi in
barca, perché troppo lontani dalla zona Europa, ma con un sufficiente margine di
sicurezza sulla lotta retrocessione.
Un calo di tensione come quello dell’Udinese nel 2017/18 che collezionò una serie di
11 sconfitte consecutive, rovinando un girone d’andata chiuso al nono posto a ridosso
della zona Europa League e rischiando seriamente di retrocedere.
L’attenzione degli spettatori televisivi italiani e stranieri, si ottiene proponendo partite
di valore, non solo tecnico, ma anche agonistico con una posta in palio.
Per questo sarebbe utile che fino alla fine del Campionato la lotta per un piazzamento
europeo o per evitare la retrocessione, coinvolga più squadre possibili.
Le soluzioni possono essere molteplici per rendere più “vivace” la Serie A, ad esempio
diminuendo le squadre partecipanti da 20 a 18, riportando le retrocessioni da 3 a 4 edassegnando un posto sia in Europa League, che in Conference League, tramite playoff
con partita secca, tra le squadre arrivate dal quinto all’ottavo posto.
Così meno squadre sarebbero in una posizione di “tranquillità” in classifica, con minor
possibilità per loro di “sedersi” non impegnandosi fino all’ultima giornata.
2. L’ancora minore interesse riscosso dalla Coppa Italia con la formula attuale,
che necessita una profonda ristrutturazione, seguendo l’esempio dell’FA CUP
inglese, che pur premiando quasi sempre le eccellenze del calcio inglese, dà la
possibilità a tutti i club, anche delle serie più basse di partecipare al torneo e
guadagnarsi sul campo, dopo vari turni di qualificazione, il diritto di sfidare sul
proprio terreno anche le squadre di Premier League, come successe al Marine AFC
(squadra di ottava serie) con il Tottenham nel terzo turno dell’FA CUP 2021.
La migliore proposta in questo senso la presentò proprio nel 2021 il Lebosky, una
squadra dilettantistica fiorentina che fa della partecipazione dei tifosi e della riscoperta
dell’essenza del calcio popolare, la propria ragion d’essere.
Partendo dalla necessità anche morale, per il calcio di vertice di aiutare il calcio
dilettantistico in un momento di grave crisi finanziaria, avevano pensato ad una nuova
formula della Coppa Italia, che includesse anche centinaia di squadre dilettantistiche.
Vi avrebbero preso parte tutte le squadre di Serie D, Eccellenza e le migliori di
Promozione, che superando dei turni preliminari con sorteggio integrale su base
regionale/interregionale, potevano entrare nel Tabellone principale della Coppa Italia
guadagnandosi il diritto di ospitare sul proprio terreno, in un incontro ad eliminazione
diretta, squadre professionistiche anche di Serie A.
Questo secondo il Lebowski avrebbe portato ad un ritorno di fiamma della
passione dei tifosi e ad una redistribuzione economica in grado di sostenere
anche le categorie dilettantistiche, fondamentali per lo sviluppo del calcio
italiano e per la socialità nei territori.
Con una riforma simile le risorse al calcio dilettantistico non arriverebbero solo nel caso estremo della squadretta di quartiere, che gioca contro lo squadrone di Champions League (anche se è bene ricordare che il Marine AFC abbia dichiarato che con i soldi entrati per la partita con il Tottenham vivrà 7-8 anni).
Perché quello è il caso limite, il sogno proibito, la cosa che tocca a uno su mille e mantiene il suo fascino proprio perché è un evento raro.Con questa formula ci sarebbero tantissimi derby elettrizzanti nei primi turni, proprio nel paese dei campanili, delle rivalità, delle identità cittadine e provinciali, generando maggiore interesse per il cosiddetto calcio minore.
Finchè invece si considereranno le competizioni nazionali come degli asset da spremere per massimizzare i profitti, la situazione non migliorerà mai, mentre l’interesse e la passione dei tifosi diminuiranno ulteriormente.
3. La mancanza del coraggio di far giocare calciatori under 22 italiani nella Serie
A, che occupa attualmente il 49° posto su 50 leghe professionistiche analizzate per
i minuti giocati dai giovani, che in Italia sono solo l’1,9% dei minuti totali, contro
il 19% della Liga Spagnola.
Questo evidente interesse delle società solo per il risultato immediato, si sta rivelando
sempre più miope e dannoso, costringendo sempre più calciatori promettenti italiani ad
emigrare già giovanissimi in squadre di altre nazioni, dove possono trovare spazio,
maggiore fiducia e poter crescere con meno ansia da prestazione.
Il motto “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta” è la frase che sta
rovinando il calcio italiano e che andrebbe cancellata totalmente, sostituendola magari
col motto di Zeman: “Il risultato è casuale, la prestazione no”.
4. Il superamento della logica della caccia spasmodica al risultato e del tatticismo nelle scuole calcio e nei settori giovanili.
Un esempio virtuoso da seguire è quello del Belgio, che negli ultimi anni è cresciuto
molto di livello, sfornando moltissimi talenti, grazie ad idee chiare e radicali.
Sono ripartiti dalla valorizzazione dei giovani, obbligando tutte le squadre giovanili del
paese a giocare con schemi offensivi basati sul controllo del gioco, come il 4-3-3 o il
4-2-3-1, abolendo le classifiche a livello giovanile allo scopo di rimuovere la pressione della vittoria e stabilendo che l’obiettivo dovesse essere ridare centralità a tecnica
individuale e possesso palla, anziché alla tattica.
Oggi in Italia, invece nel calcio giovanile, c’è tutto l’opposto: la paura dei ragazzi di
sbagliare, non un calcio di rigore, come cantava De Gregori, ma anche solo un
dribbling o un tiro, per non essere giudicati da questi particolari che ormai hanno
soppiantato il coraggio, l’altruismo o la fantasia.
Gli allenatori dei settori giovanili non dovrebbero essere giudicati, come accade ora,
dai risultati e dai piccoli trofei vinti, ma da quanto riescano a valorizzare e mettere in
luce il talento dei ragazzi. Nella scuola calcio, bisognerebbe anche eliminare l’auto arbitraggio da parte dei bambini, almeno dai Pulcini in poi, facendo arbitrare le partite a Tesserati Figc, per
educare i bambini, sin da subito al rispetto delle regole e dei comportamenti non
violenti e rispettosi degli avversari.
5. La mancanza di visione a lungo termine e di uno stile di gioco chiaro, unico e
riconoscibile delle Nazionali giovanili, per essere fucina di talenti per la Nazionale
maggiore. Per fare ciò bisognerebbe utilizzare in tutte le categorie Under lo stesso sistema di gioco della Nazionale maggiore, in modo anche da favorire i passaggi di categoria dei
ragazzi. Esperienze simili sono state realizzare con successo da anni in Spagna ad ogni livello federale o da decenni nell’Ajax fedele a tutti i livelli giovanili o pro al 4-3-3, dando
così una chiara identità tattica e lo stesso stile di gioco a tutte le squadre.
In Italia invece, può capitare che gli schemi e le tattiche differiscano anche radicalmente tra le varie categorie Under, rendendo così più difficile l’integrazione e l’adattamento dei ragazzi, durante il percorso di crescita.
6. Il poco attaccamento al territorio lamentato dai tifosi, di molte proprietà attualmente in mano straniere o a fondi finanziari. In questo caso l’esempio da seguire è quello della Germania, dove una norma impone ai club una forma di controllo della società sportiva per ottenere l’iscrizione ai campionati professionistici, in cui la metà più una delle azioni deve essere di proprietà di una associazione registrata regolata da meccanismi decisionali democratici, di cui i tifosi siano gli azionisti.
Questo garantisce maggiore solidità alle società, diminuendo i rischi di fallimenti repentini in caso di “fughe” dei proprietari, specie se fondi finanziari. Simili esperienze in Italia sono state realizzate ad esempio dal già citato Lebowski e da L’Aquila Calcio, che dopo vari fallimenti recenti è stata risollevata dall’azionariato popolare.Andrebbe seguito anche l’esempio dal piano tedesco per rifondare il calcio dopo
il disastro dell’Europeo del 2000, che partì dal requisito necessario alle squadre per
iscriversi al campionato di costruire e finanziare un’accademia giovanile di altissimo
profilo, privilegiando l’insegnamento tecnico. I risultati per i tedeschi non tardarono ad arrivare, basti pensare al trionfo nel Mondiale 2014, strapazzando anche lo strafavorito Brasile padrone di casa per 7 a 1.
7. Ripensare alla presenza della Scuola calcio nei club professionistici.
In un’età in cui il calcio deve essere un gioco piacevole e stimolante per tutti i bambini,
indipendentemente dalle loro capacità ed in cui la partita deve rappresentare il
momento più divertente della settimana dei bambini, ha senso giocarla anche a
centinaia di km da casa ogni domenica?
Forse avrebbe più senso che le squadre professionistiche svolgessero un ruolo di
“selezione” dei migliori prospetti del proprio territorio, in occasione di tornei
interregionali nelle categorie under 13, da svolgere con cadenze stagionali, diventando
così degli eventi eccezionale per i bambini e non la regola settimanale.
I bambini potrebbero così crescere con i loro tempi sia tecnicamente che
psicologicamente, nelle piccole società locali, con ritmi e pressioni minori, senza rischi
di burnout precoci.
Dopo la disfatta con la Bosnia, il Carli Salviano, storico club dilettantistico di Livorno
ha evidenziato il problema, pubblicando sui social questa riflessione.
“Questa generazione di calciatori professionisti viene ormai selezionata a 5, 6, massimo 7 anni. A quell’età le società professionistiche decidono su chi investire, sottraendo i bambini alle realtà dilettantistiche. Li prendono e, in molti casi, li portano anche a 100/150 km da casa. Il punto è che tutti quelli che potrebbero svilupparsi più tardi — a 10, 11 anni, come accadeva un tempo — oggi vengono già considerati fuori tempo massimo per il sistema professionistico.
Il problema è tutto qui. I bambini dovrebbero restare nei settori giovanili delle società dilettantistiche almeno fino ai 10/12 anni. Solo in una fase in cui lo sviluppo fisico e cognitivo è più strutturato ha senso fare delle scelte, senza rischiare di perdere talento e, soprattutto, permettendo ai ragazzi di crescere nel divertimento e non sotto la pressione di essere un investimento.
La FIGC Federazione Italiana Giuoco Calcio ha consentito che questo modello si affermasse, diventando di fatto complice di un’impostazione che finisce per svalutare il lavoro delle società dilettantistiche, mentre si continua a esaltare il ruolo dei “professionisti” dei club strutturati, spesso eretti a riferimento unico su come si dovrebbe insegnare calcio” Casi come quelli del Baby fenomeno Sarno, trasferitosi nel 1999 dalla Campania a Torino per 120 mln a soli 10 anni, rappresentano l’esempio plastico di errori che condannano un bambino a sostenere un peso eccessivo per le proprie fragili spalle.
8. Il costo delle Scuole calcio che arriva a cifre anche di 1300 € annui nei club più blasonati delle principali città, comprendendo anche i costi dei kit di abbigliamento.
Tutto questo senza considerare il costo dei biglietti di accesso alle partite settimanali,
tra 5 e 7 €, un ulteriore balzello, per i familiari di bambini e ragazzi che giocano a calcio, mentre negli altri sport non è fortunatamente prassi diffusa.
Cifre importanti per le famiglie in questo periodo di crisi economica, che hanno l’effetto di allontanare i giovani dallo sport, restringendo il perimetro dei praticanti, solo a chi può permettersi queste cifre.
La Figc se vuole davvero “allargare la base dei selezionabili” come dichiarò Gravina
nel 2024, dopo il disastroso Europeo, dovrebbe intervenire urgentemente e pesantemente per sostenere parte di tali costi, togliendoli dalle spalle delle famiglie, magari tramite meccanismi premiali, riservati alle società che riescano ad attrarre più nuovi tesserati.
Lo stesso Stato italiano, per promuovere l’attività sportiva in generale tra le giovani
generazioni e cercare di diminuire la percentuale di obesità giovanile che ha raggiunto
il preoccupante livello del 17%, dovrebbe aumentare la spesa massima detraibile per
ogni ragazzo a carico per le attività sportive, fissa da anni al 19% di 210 €.
Una cifra ormai irrealistica per qualsiasi tipologia di attività sportiva, che porta un risparmio fiscale di soli 40 €, cifra che di certo non ha spinto a praticare sport, i giovani
provenienti da famiglie in difficoltà economica.
9. L’esclusione dal campionato di Serie C di una o più squadre o il fallimento a fine stagione, non sono più delle straordinarie eccezioni, ma la triste normalità degli ultimi anni.
Nello scorso campionato Taranto e Turris sono state escluse a campionato in corso ed
al termine di una stagione sportiva travagliata, non hanno avuto i requisiti per iscriversi
alla Serie C 2025/2026, altre tre società: Brescia, Lucchese e Spal.
Anche durante questo campionato la triste tradizione si è ripetuta, con l’esclusione del
Rimini e le pesanti penalizzazioni per mancati pagamenti contributivi o stipendiali, che
hanno colpito Triestina, Trapani, Siracusa ed in misura minore Ternana e Campobasso.
Gran parte del problema dipende dal calo dei ricavi derivanti dai diritti TV, dagli sponsor e dalla vendita dei biglietti, a seguito delle retrocessioni nelle serie inferiori.
La discesa dalla A alla B viene attutita dal meccanismo definito “paracadute”, un premio che varia da 10 a 25 milioni di euro messo a disposizione delle squadre retrocesse a seconda delle situazioni, ma che in molti casi non basta a evitare una crisi economica.
I club che scendono dalla Serie B alla C si ritrovano spesso in una condizione ancor
più delicata, perché il calo dei ricavi è maggiore in proporzione, rispetto a quello che
si verifica per la retrocessione dalla Serie A alla B. Succede persino che alcune squadre
promosse dalla Serie D alla C rinuncino a iscriversi al campionato, perché i costi del
passaggio al calcio professionistico non sarebbero sostenibili.
Una nuova organizzazione della Serie C è quanto mai auspicabile, dato che quella attuale è evidentemente non funzionale e genera con cadenza annuale crisi economiche
e fallimenti delle società meno attrezzate.
10. Le difficoltà a realizzare nuovi impianti sportivi in Italia o anche solo a rinnovare quelli esistenti, la cui età media supera i 60 anni secondo il ReportCalcio realizzato dalla FIGC.
In molti casi si tratta di strutture costruite nella seconda metà del Novecento e che nel
tempo hanno ricevuto solo interventi parziali di ristrutturazione.
Spesso sono stadi di proprietà comunale, su cui è burocraticamente complesso apportare qualsiasi miglioria, che recepisca le mutate esigenze di chi frequenta gli stadi.
Anche quando come nel caso di Firenze, sia il Comune stesso ad intraprendere dei lavori importanti di ristrutturazione, date le problematiche a livello manutentivo dello stadio, i lavori sono svolti con grandi ritardi, difficoltà nel reperimento dei Fondi statali o Europei, col risultato non certo ottimale a livello estetico di giocare già da due campionati in un cantiere a cielo aperto.
In definitiva per risollevare il sistema calcio in Italia, per farlo tornare ad essere lo sport popolare che tutti amavamo da piccoli, bisogna mettere per un attimo da parte gli interessi personali spesso opposti, delle varie Leghe, delle società piccole o più influenti, cercando di approcciarsi al problema con una visione di insieme per scegliere cosa sia meglio, con una visione di lungo termine.
Se prevarranno invece i soli interessi personali e si cercheranno soluzioni personalistiche ed immediate, i problemi rimarranno sempre lì, arrugginendo sempre più i meccanismi del sistema calcio.





