A cura di Francesco Ruggieri
Non era neanche ipotizzabile che l’attuale Presidente FIGC, potesse restare al suo posto un solo giorno di più dopo aver contribuito all’ennesimo disastro nelle qualificazioni
Mondiali, che dopo Macedonia del Nord e Svezia, stavolta hanno premiato la Bosnia,
Non stupisce quindi l’annuncio tardivo di dimissioni del Presidente Federale Gravina, che dovrebbe essere accompagnato alla porta da tutto l’attuale Consiglio Federale.
Ma se la Nazionale piange, le squadre di club non ridono, vedendo la débâcle di questa stagione nelle Coppe Europee, dove nessuna squadra italiana è arrivata nelle semifinali
delle tre competizioni UEFA, per la prima volta dal 1986-1987, quasi quarant’anni fa.
Pur essendo considerata ampiamente favorita, l’Italia è stata eliminata dalla Bosnia,
squadra che a parte il totem Dzeko, era composta da giocatori descritti dai media italiani, come dei “carneadi”, per il fatto di militare in squadre estranee all’attuale Olimpo calcistico.
Era quindi suonata strana a molti la dichiarazione del CT Gattuso che reputava il passaggio del turno e l’accesso ai Mondiali “un’impresa”, mentre forse era solo una lucida rappresentazione della situazione attuale.
A rendere oggi per la Nazionale Italiana qualsiasi risultato positivo un’autentica impresa, è l’amara constatazione di rappresentare un movimento calcistico allo sbando, senza alcuna idea, programma o visione, né tecnica, né tattica.
Una Nazionale che negli ultimi dodici anni è stata guidata da ben sei allenatori diversi e con le più diverse concezioni del gioco del calcio, prima Prandelli, poi Conte, passando da Ventura a Mancini, finendo con Spalletti e Gattuso.
Delle scelte così scollegate, denotano il totale stato confusionale delle varie dirigenze Federali succedutesi: Tavecchio e Gravina, accomunate anche dalla strenua difesa della
poltrona, fino a sfiorare il ridicolo, nonostante le conclamate gaffe e le disfatte rimediate in campo, spesso anche difendendo allenatori travolti sul campo, solo per non mettere in discussione il proprio mandato presidenziale.
Le frasi di Gravina sul non aver sbagliato lui i rigori contro Svizzera e Bosnia, cercano solo di nascondere dietro un polverone mediatico, le evidenti responsabilità Federali nella crisi sistemica del calcio italiano.
La scelta più urgente è il completo repulisti di una Dirigenza Federale, che ha reso il calcio italiano la barzelletta d’Europa, sia a livello di club, che di Nazionale e che ha dimostrato di non possedere nessuna visione di lungo tempo ed una preoccupante assenza di prospettive di cambiamento dello status quo, per paura di toccare chi detiene posizioni di privilegio nell’ ecosistema calcistico che muove oltre 12 Mld dell’asfittico Pil Italiano.
Il cambio dei vertici Federali da solo comunque non basterebbe, ciò che serve è
prendere esempio dalle esperienze vincenti delle altre nazioni, calandole nella nostra realtà.
È necessario cambiare un “sistema calcio” italiano che semplicemente non funziona più e che non può vivere per sempre nella venerazione del periodo ormai lontano di “quando la Serie A era il più bel campionato del mondo”, senza voler capire come mai non lo è più e senza correggere gli errori successivi fatti.
Molte proposte pratiche e realistiche erano state ben descritte ed analizzate nel Dossier
di oltre 900 pagine presentato nel 2011 da Roberto Baggio alla Federcalcio, per rinnovare in profondità l’intero sistema calcistico, dai vivai alla formazione degli allenatori, rimasto però “lettera morta”.
L’obiettivo del piano era dare una scossa a un movimento che, nonostante il trionfo mondiale di cinque anni prima nel 2006, mostrava già segnali di declino.
L’eliminazione al primo turno del Mondiale 2010 aveva evidenziato dei limiti strutturali: scarsa produzione di talenti, metodologie antiquate e poca attenzione all’educazione tecnica dei giovani.
Baggio, Pallone d’Oro e icona assoluta del nostro calcio, insieme ad una squadra di oltre 50 professionisti del settore, tra cui Vittorio Petrone e Adriano Bacconi, aveva analizzato la situazione italiana, sviscerando i problemi che bloccavano la crescita dei giovani e lo sviluppo delle loro doti, restituendo centralità a qualità, cultura sportiva e capacità di insegnare.
Tra i punti principali del piano vi erano:
• Rivoluzione nella formazione degli allenatori: istruttori selezionati tramite criteri
più severi, con percorso di studi, competenze educative e background tecnico
certificato. Dei veri educatori con competenze anche psicologiche, dei maestri di
calcio, non degli allenatori già a caccia del risultato.
• Scouting capillare sul territorio monitorato da tecnici federali incaricati di visionare
migliaia di partite all’anno
• Suddivisione dell’Italia in 100 distretti dove creare dei Centri di Formazione
Federali, che lavorassero con lo stesso metodo, diminuendo allo stesso tempo gli spostamenti dei ragazzi e delle loro famiglie per partite ed allenamenti, entro un raggio di 60/70 km da casa.
• Archivio digitale nazionale: piattaforme video, database tecnico e strumenti per
seguire l’evoluzione dei giovani calciatori nel tempo.
• Valutazioni tecniche avanzate: test specifici per misurare rapporto con la palla,
coordinazione e intelligenza di gioco, superando l’eccessiva attenzione alla sola
prestanza fisica.
• Centro studi permanente: ricercatori e stagisti universitari al fianco degli allenatori
per sviluppare metodologie moderne basate su dati e innovazione.
• Valori etici come fondamento: formazione morale e responsabilità sociale come
elementi centrali del percorso giovanile, non semplice optional, nella crescita di uno
sportivo che doveva essere anche un esempio di rispetto delle regole e dell’avversario.
Il progetto puntava a costruire un sistema più moderno, meritocratico e pedagogico, allineato ai modelli di paesi leader come Spagna, Francia e Germania.
Baggio immaginava un sistema federale profondo e omogeneo, con maestri
specializzati che potessero utilizzare tecnologie all’avanguardia, utilizzando in contemporanea in tutti i centri federali le stesse metodologie di allenamento, per analizzare la qualità del gioco, ma anche l’abilità motoria dell’individuo in rapporto
alla sua età.
Oggi, a distanza di quindici anni, il calcio italiano affronta ancora difficoltà strutturali,
ormai diventate croniche: scarsa produzione di talenti, vivai in affanno e una Nazionale
costretta a inseguire.
Guardando alle tre mancate qualificazioni consecutive ai Mondiali ed all’attuale crisi,
il piano di Baggio del 2011, appare oggi come una grande opportunità non colta.
Un progetto che avrebbe potuto anticipare dei problemi diventati evidenti solo dopo, e
forse cambiare la traiettoria del nostro movimento.
L’avvertimento di un saggio, non ascoltato e preso nella giusta considerazione dalla FIGC, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti….





