Come il celebrity boxing sta mettendo lo sport KO e lo trasforma in uno show.
All’AT&T Stadium di Arlington, Texas, lo scorso novembre è andato in scena quello che è stato definito l’evento sportivo in streaming più seguito della storia. C’era tutto quello che prepara di solito il terreno ai momenti irripetibili: una massiccia e articolata campagna pubblicitaria in percussione psicologica da oltre un anno, milioni di persone in trepidante attesa da ogni angolo del globo, decine di migliaia ad affollare le tribune. Pepsi, hot dog, zucchero filato, il boato selvaggio che ha accolto l’arrivo sul ring di Jake “El Gallo de Dorado” Paul e “Iron Mike” Tyson. Dell’unico grande assente se ne sono accorti in pochi, del resto a chi manca lo sport quando c’è lo spettacolo?
Ai più non è sembrato surreale a sufficienza che un giovane e controverso youtuber affrontasse sul ring un quasi sessantenne, in pensione da un ventennio. In molti, tra i non addetti ai lavori, si sono ritrovati a dibattere su probabili esiti e rapporti di forza. Le regole speciali volute dal Texas Department of Licensing and Regulation – guantoni più pesanti (14 once) per maggiore protezione e otto round da due minuti, invece che da tre – non hanno destato sospetti. Alla fine di un match a tratti quasi coreografato, Paul ha vinto ai punti per decisione unanime e senza grandi sorprese. Netflix e la Most Valuable Promotions, di proprietà dello stesso Paul, ringraziano per il successo.
Questa trasformazione non è iniziata ieri. Anzi, storytelling e strategie di marketing hanno sempre accompagnato qualsiasi incontro di boxe, ne sono persino un elemento essenziale. Dal tempo dei gladiatori, il pubblico subisce il fascino della lotta a un livello quasi inconscio, ancestrale. È attratto dall’epica, dallo scontro all’ultimo sangue, da quel duello animale che gli occorre per evadere dalla sua vita ordinaria e rispettosa delle regole. Non importa quanti match si disputino in un anno, lo spettatore vuole essere sicuro di comprare il biglietto per il combattimento più esclusivo. Così gli viene venduto un racconto in cui gli atleti sono delle icone, degli autentici personal brand, ognuno con la sua narrativa prima ancora che con le sue statistiche.

Così Muhammad Ali e Joe Frazier si sono affrontati ne La battaglia del secolo già nel 1971, un evento dall’altissimo valore sportivo e tecnico. Ad essere decisamente diversa oggi è la consacrazione definitiva della tendenza a sostituire l’atleta con la celebrity, il trionfo della fuffa venduta a peso d’oro. Nel 2017, Floyd Mayweather e Conor McGregor hanno dato vita a The Money Fight, un evento che ha generato oltre 600 milioni di dollari, pur essendo considerato da molti un’esibizione pura più che una vera competizione. La promozione dell’incontro, con conferenze stampa teatrali e trash talk, ha catturato l’attenzione del pubblico globale, dimostrando come la narrativa possa essere tanto potente quanto il pugno.
In quel caso si trattava perlomeno di due lottatori, appartenenti però a discipline diverse con regole differenti. Di recente tuttavia si è generata molta aspettativa e interesse per l’incontro mai disputato tra Elon Musk e Mark Zuckerberg, due big del tech che fingono di volersi mandare al tappeto in una gabbia, sotto gli occhi dei rispettivi avvocati. Questi eventi sollevano interrogativi sulla direzione della boxe. L’attenzione si sposta dalla tecnica e dalla preparazione atletica alla capacità di attrarre spettatori e generare introiti. Se da un lato ciò porta nuova linfa e visibilità allo sport, dall’altro rischia di offuscare la meritocrazia e l’essenza stessa della disciplina, declassandola ad una finzione talvolta appena più sobria del wrestling.
In un’epoca in cui l’intrattenimento domina, la boxe si trova a un bivio: mantenere la sua identità sportiva o abbracciare completamente il ruolo di spettacolo mediatico.
La sfida sarà trovare un equilibrio che onori la sua storia e soddisfi le nuove esigenze del pubblico.





