Nel mondo dello skateboarding, pochi atleti riescono a lasciare il s egno non solo con le proprie evoluzioni sulla tavola, ma anche con un contributo tangibile alla crescita
dello sport. Valeria Bertaccini, skater torinese classe 1993, è una di queste rarità: campionessa, pioniera e ora progettista di skatepark, ha fatto della sua passione una missione.
Cresciuta tra asfalto e rampe, Valeria ha iniziato a praticare lo skateboarding oltre 12 anni fa, quando in Italia questa disciplina era ancora lontana dai riflettori olimpici.
Il suo talento e la sua determinazione l’hanno portata a rappresentare l’Italia in competizioni internazionali, come i Campionati Mondiali di Park Skateboarding a Nanchino nel 2018. Con uno stile fluido e aggressivo, ha affrontato ogni sfida con lo spirito di chi sa che lo skate è molto più di uno sport: è un linguaggio universale.
Ma Valeria non si è fermata alla carriera agonistica.
La sua passione si è trasformata in un impegno concreto: progettare skatepark. Dopo anni a studiare strutture e percorsi, ha deciso di mettere la sua esperienza al servizio di chi sogna spazi migliori per allenarsi e divertirsi. Un cambio di prospettiva che le ha permesso di unire creatività, tecnica e una profonda comprensione delle esigenze degli skater.
La strada di Valeria non è stata priva di ostacoli: tra infortuni e il difficile percorso di qualificazione alle Olimpiadi di Tokyo 2021, ha dimostrato una resilienza straordinaria.
Oggi continua a promuovere lo skateboarding, tra eventi, progettazione e sessioni in bowl, dimostrando che lo skate non è solo performance, ma anche cultura e innovazione.
Valeria Bertaccini è la dimostrazione che lo skateboarding non si limita a trick e gare: è costruzione, evoluzione e visione. Con la sua tavola e le sue idee, sta disegnando il
futuro di questo sport.
Il tuo primo incontro con lo skateboarding. Ci racconti il momento in cui hai capito che questa disciplina sarebbe diventata parte fondamentale della tua vita?
Ho iniziato circa 12 anni fa, ero alle scuole medie e avevo dei compagni di classe che già utilizzavano lo skateboard. Quando c’era qualche festa o qualche incontro fuori da scuola, loro portavano lo skate e io lo provavo, giusto per divertimento. Poi un giorno mio padre è arrivato a casa con un articolo di giornale in cui si diceva che a Torino avevano aperto uno skatepark al coperto, si chiamava Amante Casella, in cui facevano lezioni di skateboarding. Così mia mamma, nonostante la mia poca convinzione, ha insistito per comprarmi uno skateboard, preferiva che usassi il mio piuttosto che quello dei miei compagni, e, qualche giorno dopo siamo andati a informarci sulle lezioni e sul
funzionamento dello skatepark. Da quel momento non sono più scesa dallo skateboard.
Posso quindi ringraziare i miei genitori per i risultati raggiunti e per avermi spronato ad avvicinarmi a questo mondo.
Quali sono state le maggiori difficoltà che hai affrontato nel tuo percorso e come le hai superate?
Sicuramente appena ti approcci a questo sport, le prime difficoltà che si incontrano sono quelle legate alla progressione sportiva, all’imparare nuovi tricks (ovvero le manovre).
Spesso si passano le ore provando e riprovando, spesso la frustrazione è tanta ma quando finalmente si arriva all’obiettivo, la soddisfazione è immensa. Penso sia questo il
principale motivo per cui lo skateboarding o lo ami o lo odi, la dedizione da mettere è davvero tanta. Con il passare degli anni, penso che la difficoltà maggiore io l’abbia trovata quando ho capito ache, una volta entrata nella Federazione Italiana, la mia più grande passione, che fino a quel momento era un semplice hobby, sarebbe diventato un
impegno a tempo pieno. Ho sempre cercato di non snaturare le emozioni e la dedizione e passione che ho sempre messo in questo sport anche se devo dire che, come immagino valga per tutti gli sport, quando una passione inizia a diventare un “lavoro”, e l’impegno diventa agonistico, si perde tanta magia. Soprattutto nell’ultimo anno della mia carriera sportiva ho patito questa situazione, tanto che quando ho finito il percorso
Olimpico per Tokyo 2021, ho deciso di uscire dalla Federazione Italiana e per parecchi mesi non ho toccato lo skate. Oggi sono contenta di viverlo nuovamente come una passione senza imposizioni o pressioni di alcun genere.
Lo skateboarding in Italia: Quali passi sono stati fatti per far crescere questa disciplina e quali ritieni siano ancora necessari per il suo sviluppo?
Da quando ho iniziato a skateare, il mondo dello skateboarding, in Italia e non solo, è cambiato molto. Credo che il principale cambiamento sia stato legato allo sviluppo degli skatepark. In Italia abbiamo sempre avuto skatepark che erano già obsoleti quando venivano costruiti. Negli ultimi 5/7 anni invece le cose sono cambiate moltissimo.
Si è evoluto tutto il settore di progettazione e realizzazione di skatepark che ha contribuito fortemente a portare in italia soluzioni sportive più innovative e contemporanee. L’evoluzione degli impianti ha sicuramente aiutato alla progressione
sportiva degli atleti e delle nuove generazioni che si sono avvicinate negli ultimi anni a questa disciplina. Credo comunque che in generale, per permettere uno sviluppo a tutto tondo di questo sport, si debba proseguire su questa spinta dell’innovazione.
Oltre a gareggiare, ti sei impegnata nella progettazione di skatepark. Come vedi l’evoluzione degli spazi dedicati a questo sport in Italia?
Da quando ho iniziato ad andare sullo skate, in Italia sono stati fatti passi da gigante. Lo skateboarding si è evoluto molto, soprattutto per quanto riguarda gli impianti sportivi
e di conseguenza è aumentato decisamente il livello degli atleti. L’Italia è sempre stata molto indietro rispetto all’America, al Brasile ma anche a paesi Europei, per citarne
alcuni, la Svezia, la Francia, l’Austria e la Danimarca. Gli skatepark in Italia sono sempre stati pochi, obsoleti e mal distribuiti sul territorio. Non siamo mai riusciti ad andare di pari passo al resto del mondo. Però, da quando lo skate è diventato sport Olimpico nel 2021, anche l’Italia ha iniziato a investire fondi per la progettazione e realizzazione di nuovi
skatepark, iniziando ad abbracciare nuove tecniche di progettazione e le più evolute tecnologie di realizzazione come l’uso del calcestruzzo gettato in opera (si consideri che i primi skatepark erano realizzati in blocchi prefabbricati che avevano molte limitazioni di
geometrie e design). Sono nel settore della progettazione ormai da 5 anni e devo dire che si sta muovendo tutto molto in fretta. I design degli skatepark stanno cambiando, le esigenze si stanno delineando in una forma sempre più legata agli eventi sportivi e alla
competizione. Se prima lo skatepark era un mero luogo di aggregazione dove
praticare una passione, ad oggi sono dei veri e propri impianti sportivi dove
potersi allenare, poter trovare strutture capaci di garantire una progressione sportiva e
soprattutto, in alcuni casi, sono diventati spazi progettati per ospitare competizioni di vario livello (regionali/nazionali/mondiali).
Quanto è importante raccontare questo sport in maniera efficace? Quali strumenti
di comunicazione credi possano valorizzarlo al meglio?
Probabilmente la necessità di promuovere lo skate e di raccontarlo era più necessaria nei
primi anni, in cui era visto principalmente come uno stile di vita e un qualcosa legato alla strada. Se usavi lo skate eri etichettato come uno “scappato di casa/trasgressivo”.
Ad oggi le cose da questo punto di vista sono cambiate molto e lo skate è stato sdoganato, purtroppo a mio avviso, perdendo molto di quella che era la filosofia che si è sempre portato dietro: lo skate era uno stile di vita, era legato alla musica, ai concerti, al cercare in città gli “spot”migliori dove skateare (come Piazza Castello e il
Teatro Regio qui a Torino). Per me è sempre stato pura e semplice trasgressione, voglia di libertà, voglia di esprimere se stessi. Oggi i nuovi atleti che si avvicinano a questo sport probabilmente non avranno mai l’occasione di cogliere e vivere tutti i pregressi che lo skate ha avuto negli anni dalla sua nascita al suo sviluppo prima che diventasse un vero e proprio sport.
Cosa diresti a chi sogna di intraprendere una carriera nel mondo dello skateboarding?
Cercate di mantenere vivo il concetto di skateboarding come stile di vita, come passione
e come modo di essere. Lo skate è nato per questo, lo skate è nato in strada ed è giusto che non se ne dimentichi la vera natura.
Pensi che negli ultimi anni la presenza femminile nello skateboarding sia aumentata?
Quali sono ancora le barriere da abbattere?
La presenza femmiline e in generale il livello sportivo è aumentato esponenzialmente dal
2018 ad oggi. Durante le gare di qualificazione Olimpica ho avuto modo di confrontarmi con tantissime donne da tutto il mondo, di ogni età, atlete che non avevo mai visto prima di allora. Credo che ciò che mi ha colpita di più sia stato confrontarmi con un livello molto alto, soprattutto quando si trattava di ragazze o direi quasi bambine dagli 11 ai 16 anni. Non a caso alle Olimpiadi di Tokyo 2021, nella disciplina park, il secondo posto è stato vinto da Kokona Hiraki, una ragazza giapponese di 12 anni, che è diventata l’atleta olimpionica più giovane di sempre ad aver rappresentato il Giappone. Non credo che ci siano più molte barriere da abbattere, le donne, credo anche più degli uomini, hanno dimostrato quanto la progressione sportiva è presente se la si coltiva nel modo giusto e con le strutture adeguate.
Hai in mente nuovi progetti o obiettivi per il futuro, sia a livello sportivo che nel campo della comunicazione?
Al momento non ho obiettivi diversi dal continuare sulla strada che sto seguendo.
Continuerò ad essere appassionata di questo sport, continuerò a farne un lavoro e continuerò nel mio piccolo a divulgare la vera essenza dello skate, così per come l’ho vissuto io. Sono sempre stata aperta alle novità e spero che anche nel settore della
progettazione e realizzazione di skatepark ci siano sempre cose nuove da imparare, da scoprire e su cui mettere le mani e la testa!





