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Il personaggio
 In salto perpetuo. L’intervista al parkourista Davide Garzetti

In salto perpetuo. L’intervista al parkourista Davide Garzetti

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Davide ci racconta la sua carriera, dai primi esperimenti fino allo spot per il Milan, per poi fare il punto sullo stato dell’arte della disciplina in Italia. 

Chi è stato il primo a saltare? Difficile risalire all’origine di qualcosa che fa della libertà da vincoli e barriere il suo elemento fondante, che vuole sfuggire ad ogni categoria. Del resto abbiamo sempre saltato. Certo il parkour ha una sua storia, che meriterebbe un articolo a parte. È possibile collegarlo al metodo di allenamento naturale ideato dall’Ufficiale della Marina Francese Georges Hébert negli anni ‘20 del secolo scorso: un allenamento outdoor che si focalizza sul movimento in contesti naturali, dominio mentale sul pericolo, attenzione alla forma e ai sani principi, poco spazio alla competizione. Il nome invece l’ha coniato il figlio di un pompiere parigino, David Belle, affascinato dagli allenamenti del padre. 

Abbiamo raggiunto il freerunner Davide Garzetti, che pratica questa disciplina da quando era un ragazzino e da anni ormai ne ha fatto una professione, collaborando in veste di talent per brand e realtà importanti, come Emporio Armani e BMW. Recente la collaborazione con la Sport Business Academy per il lancio del nuovo anno accademico. 

Buongiorno Davide. Parto con una domanda di rito. Come sei arrivato al parkour? Hai praticato altri sport prima?

Mi sono avvicinato a questo sport a 14 anni. Prima avevo provato a giocare a calcio, a basket, persino break dance, ma non ero riuscito a trovare la mia dimensione. In quegli anni poi stava prendendo piede Youtube e dopo aver visto qualche video sul parkour ho deciso che era quello che volevo fare. 

Da dove si comincia?

Io ho iniziato da autodidatta, sperimentando. Non c’erano ancora corsi dedicati, quindi facevo tuffi nella piscina dei miei nonni. Sai, capriole all’indietro e robe del genere. Poi mi allenavo nel bosco dietro casa. Col tempo poi ha iniziato a muoversi qualcosa e mia madre, preoccupata, mi ha iscritto al primo corso in palestra. Però era un corso di acrobatica derivato dalle arti marziali. 

In effetti, la tua disciplina nasce tipicamente per strada e si nutre di libertà. Oggi sei un professionista, con sponsor, eventi, shooting. Cosa significa per te fare parkour in modo “adulto” senza perdere l’anima ribelle del movimento?

Fare parkour in modo adulto significa avere un approccio più responsabile alla pratica. Quando sei giovane hai quella fame di salti impossibili, ad ogni allenamento vuoi superarti e spingerti un po’ più in là. Però ogni volta che vai oltre aumentano anche i rischi e io non me lo posso più permettere. Se mi faccio male, non lavoro. Dato che in tutto quello che faccio c’è rischio di infortunio, ora il mio allenamento è sempre in progressione verso il salto più complesso, ma nel rispetto dei miei limiti. Mi alleno molto di più per il mantenimento e la pulizia dei movimenti, faccio meno allenamenti spinti. Mi godo quello che so fare. 

Immagino ti sia capitato di farti male.

Si, appunto. Ed è stato un po’ un problema, soprattutto la seconda volta. La prima volta mi sono fatto male in palestra paradossalmente, sul morbido. Frattura dello sterno, infortunio tutto sommato superabile. La seconda è arrivata all’apice della mia carriera lavorativa, nel 2021. Ricordo che durante la semifinale di Tu si que vales avevo avuto già qualche presentimento che qualcosa non andasse. Però sono andato avanti e un mese dopo per sovraccarico il ginocchio ha ceduto. Rottura del legamento crociato anteriore e stop di 6 mesi. 

Il parkour però è molto più di salti e acrobazie: è studio, controllo, ripetizione. Come descriveresti il rapporto tra tecnica e istinto nel tuo modo di allenarti e creare?

Il parkour viene dall’istinto. Nasce da movimenti utili e pratici per la vita di tutti i giorni, una pratica intrinseca. Negli anni poi si sono elaborate delle tecniche e oggi la tecnica fa tutta la differenza. Personalmente lavoro molto sulla tecnica. La parte istintiva resta sempre, ma è un 20%. 

Dal bosco dietro casa al palcoscenico dei brand internazionali, un bel salto è il caso di dire. Quando hai capito che il parkour sarebbe diventato il tuo lavoro? 

All’inizio mi piaceva semplicemente allenarmi, mi faceva stare bene. Seguendo la community mondiale però ho visto che molti ne facevano un lavoro. Grazie al mio allenatore di allora, mi è arrivata la possibilità di prendere parte ad un progetto, un cortometraggio amatoriale: ricordo che saltavo una siepe e poi venivo ucciso dal protagonista. Però è stata la prima volta in cui ho capito che potevo rendere quella passione una professione. Dopo di allora ho comunque lavorato come magazziniere per 7 anni, ma intanto prendevo parte a sempre più progetti. È stato solo nel 2021 che ho capito che avrei potuto farcela. 

In un’epoca in cui si vive (e si guarda) lo sport attraverso gli schermi, come si comunica l’autenticità del parkour senza banalizzarlo o trasformarlo in puro intrattenimento da social? Penso anche a tutta la deriva dei climbers e del rooftopping, molto popolare sui social per i giovanissimi.

Questo è un tema delicato per il parkour, perché la sua spettacolarità lo rende vulnerabile a questo tipo di strumentalizzazione. Sui social non trovi chi fa formazione sulla disciplina, trovi tutto il filone dei fail oppure quello di salti impossibili, rischiosi. Questo è l’esatto contrario della filosofia di questo sport, che è quella di spostarsi dal punto A al punto B nel modo più efficace possibile, non il più rischioso. Saltare tra i palazzi non è parkour. Detto questo, poi bisogna distinguere la bravata del ragazzino dal fenomeno distorto dai social. Tutti ci siamo arrampicati in posti isolati per sperimentare, ma nel parkour lo fai per te stesso. Non lo fai per la visibilità, in una rincorsa all’arrampicata nel posto più inaccessibile e pericoloso. 

Queste sono derive illegali che fanno male alla disciplina e non ti portano da nessuna parte. Si, fai follower e diventi virale, magari fai qualche piccola collaborazione. Però posso dirti che nessun brand serio vuole lavorare con chi fa cose illegali e finché il parkour verrà associato a comportamenti pericolosi, non riusciremo a farlo affermare da noi. 

Il corpo è il tuo strumento di espressione e di rischio. Come vivi il rapporto con la paura? Esiste ancora il “brivido” anche dopo anni di esperienza?

Paura e brivido ci sono sempre, ad ogni level up. C’è sempre il salto più difficile da fare, quel passo oltre la zona di comfort legato ad una sfida personale. Conta molto l’approccio, perché se lavori con progressione puoi arrivare alle nuove sfide consapevole del tuo background. Il rischio è inutile, mi approccio ad ogni salto solo quando l’ho reso il più possibile sicuro. Se sto per saltare e la paura mi blocca, faccio un passo indietro e torno ad allenarmi. Quando sono pronto, salto.  

Cosa pensi della crescente istituzionalizzazione del parkour, con federazioni, regolamenti, competizioni ufficiali? È un’opportunità o un rischio per l’identità della disciplina?

Tutte e due le cose, credo. C’è un problema attualmente, perché la Federazione Ginnastica d’Italia ha preso il parkour sotto la sua ala. Dovevamo anche andare alle Olimpiadi 2024. Purtroppo a molti atleti della mia e di altre generazioni questa cosa non piace, vorrebbero una federazione propria, interna, perché quella federazione ha delle regole stringenti e si rischia di perdere l’identità dello sport. Per questo boicottano le iniziative, ma così non si va avanti. Sarebbe bello trovare un punto d’incontro, crescere e diventare mainstream potendo però conservare i propri ideali. 

Guardando al futuro, dove pensi che stia andando il parkour? E dove vuoi portarlo tu con la tua voce e il tuo stile? 

Il parkour sta guadagnando visibilità. In un modo o nell’altro andiamo verso il mainstream. Io mi sono sempre mosso per fare divulgazione sul territorio. Vorrei farlo conoscere e diffondere anche il mio culto dell’estetica. In questa prospettiva, collaboro con un’azienda estera e con i comuni e le associazioni locali per creare dei parkour park liberamente accessibili. Oggi saranno una decina in tutta Italia, a dicembre siamo riusciti ad inaugurarne uno a Brescia.

C’è qualche novità che riguarda l’Italia? 

Una grossa novità. Stiamo lavorando all’unica tappa italiana del Kings of the Concrete, una manifestazione americana che a settembre sarà in Puglia, a Vieste. Da quest’anno infatti è itinerante e dopo Venice Beach e Oslo sarà la volta dell’Italia. 

Ben fatto, Davide. Non ci resta che augurarti buon lavoro e buon salto.