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Trauma. Il tragico gesto di Shane Tamura e la CTE nello sport

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a cura di Gianluca Gervasoni

Nella serata del 28 luglio 2025, un giovane di 27 anni di nome Shane Devon Tamura ha preso d’assalto con un’arma semi-automatica il grattacielo al 345 Park Avenue nel cuore di Manhattan. L’obiettivo, secondo le ultime indiscrezioni, era la sede della National Football League. Tuttavia, per indecisione o nervosismo, Tamura ha preso l’ascensore sbagliato ed è salito al 33o piano, dove invece ha sede la società immobiliare Rudin Management. Nell’assalto hanno perso la vita quattro persone, tra cui lo stesso Tamura che per ultimo ha rivolto l’arma contro di sé.
Nel suo taschino è stata trovata una nota su tre pagine dove afferma di soffrire di CTE – l’encefalopatia traumatica cronica – provocata dai traumi cranici subiti nel corso della carriera giovanile nel football. Qui accusa la NFL di essere responsabile diretta del suo declino mentale e di minimizzare un problema serio in nome del profitto.

Un grido inascoltato

Tamura è stato effettivamente un atleta promettente nelle scuole superiori della California meridionale, a Granada Hills, un sobborgo di Los Angeles. Un running back disciplinato, ma non era riuscito a entrare nei ranghi professionistici del football e per tanto non c’è traccia di alcun collegamento con la NFL. Esiste la possibilità che avesse comunque sviluppato una CTE, una seria condizione medica legata a tutti gli sport da contatto, nonché alla boxe e tutti gli sport da combattimento.
Centinaia di giocatori professionisti di football hanno mostrato segni di CTE dopo la morte, come ha dimostrato uno studio della Boston University nel 2023. È stato anche il caso di Terry Long, il giocatore dei Pittsburgh Steelers morto suicida nel 2005. Chi ne è vittima va incontro ad un importante declino cognitivo: si passa dall’annebbiamento iniziale a perdita di memoria, problemi comportamentali e impulsività, problemi motori, tremori, depressione e una conclamata demenza.

Il problema è concreto e noto da tempo. Il film Zona d’ombra, con Will Smith, raccontava già nel 2015 la storia di Mike Webster, anche lui stella degli Steelers, che morì in miseria dopo aver abbandonato la famiglia, in preda ad amnesia e dolori cronici. Non è nemmeno il primo caso legato a dei crimini violenti. Phillip Adams e Aaron Hernandez seguirono lo stesso schema, si tolsero la vita dopo aver commesso degli omicidi – entrambi mostrarono segni di CTE. Altri ex giocatori professionisti sono stati incriminati per analoghi motivi, ma essendo ancora in vita non possono ricevere una diagnosi ufficiale.
Tanti altri, in questo o altri sport come l’hockey, sono morti giovani e mostrando significativi sintomi neurologici. Qualcuno si è anche mosso attivamente, come l’ex dei Giants Leonard Marshall, che dopo essersi ritirato a 33 anni, nel 2013 ha avviato una class action contro l’NFL, risultante in un risarcimento economico per migliaia di ex giocatori. Oggi cerca di sensibilizzare sul tema delle commozioni cerebrali nello sport e offre sostegno agli atleti che ne sono vittima, attraverso la sua Game Plan Foundation.

Le commozioni cerebrali nello sport: passato, presente e futuro

Dopo ripetuti casi accertati e scandali, la NFL oggi ammette la correlazione e si è attivata
per cercare di salvaguardare maggiormente la salute degli atleti, ad esempio con caschetti più resistenti e all’avanguardia. Si cerca inoltre di monitorare meglio la salute del giocatore: protocolli di riconoscimento delle commozioni cerebrali in tempo reale, linee guida per il ritorno in campo, formazione sulle linee guida e limiti ai contatti ripetitivi in allenamento. Non ci sono però evidenze scientifiche del fatto che questo sia sufficiente a prevenire traumi in uno sport per sua natura violento.
Del resto, cosa dire di sport come la boxe o l’MMA, dove non è possibile dotarsi di questo genere di protezioni? La comunità medica chiede l’abolizione di questo tipo di sport sin dagli anni ‘50, ma è una voce che resta inascoltata in confronto alla loro enorme popolarità.
Tutte queste storie, a cui si aggiungerà ora anche quella di Tamura se anche per lui si arriverà ad una diagnosi di CTE, ci ricordano che lo sport non è solo spettacolo, ma anche una responsabilità morale e sociale. Sono temi di cui nessuno vuole parlare davvero, come tutti quelli che implicano domande scomode. Fino a che punto possono arrivare le
federazioni pur di preservare l’essenza brutale di uno sport e che responsabilità abbiamo noi che restiamo a guardare?