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El Superclasico: storia di una rivalità lunga più di un secolo

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superclasico Sportstar Magazine

Il calcio è straordinario proprio perché non è mai fatto di sole pedate. Chi ne delira va compreso, non compatito; e va magari invidiato. Il calcio è davvero il gioco più bello del mondo per noi che abbiamo giocato, giochiamo e vediamo giocare”.
Gianni Brera

El Superclasico, il derby più importante di Buenos Aires. Quello tra il River Plate e il Boca Jr. Perché la rivalità è così forte? Perché il calcio in Argentina ha a che fare con la Boca, perché si è giocato soprattutto alla Boca, il quartiere degli immigrati genovesi arrivati dall’Italia a cavallo tra l’800 e il ‘900. Il primo incontro si giocò nel 1931: partita sospesa, un rigore per il Boca, tre espulsi per il River, caos sulle tribune che si trasferì per le strade, repressione della polizia e, purtroppo, due morti. Da quel momento in poi, sempre tensione. Oggi le squadre si detestano. I tifosi si detestano. Perché? Il River diventò ricco, vendendo Di Stefano al Real Madrid e Omar Sivori alla Juventus. Con quei soldi costruirono un pezzo dello stadio Monumental, la casa attuale del River, a Nunez, quartiere chic di Buenos Aires.

Ma l’odio e la rivalità non riguardano solo le differenze di origine. Ci sono anche diversità di approccio. L’allontanamento volontario del River Plate, che cambiava quartiere, agevolò la rivalità, alimentando la mistica del “Superclasico“.

La squadra del popolo, il Boca, contro quella dei ricchi possidenti, il River Plate, è una ricostruzione necessaria e sottolinea quello che in Argentina si vive giornalmente nella società, nella politica e ovviamente anche nel calcio.

ll Superclasico è passione e qualità tecnica. È provincia e grande metropoli insieme. È il fútbol. È Diego Armando Maradona, che nel suo primo derby nell’aprile del 1981 segnò il terzo gol per il Boca, facendo esplodere lo storico telecronista uruguaiano Victor Hugo Morales in un «¡Que sea que sea que sea!» che certifica l’equazione perfetta: capolavoro, uguale gol di Maradona.
Da Diego Maradona a Carlitos Tevez. Da Omar Sivori a Gabriel Batistuta. Da Enzo, El Príncipe, Francescoli al “Pipita” Higuain.

Ciò che si vive per il super derby, anche da calciatore, è qualcosa che non ha eguali in tutto il resto del mondo.
Lo si può raccontare per tutto il resto della propria vita. Quando si gioca il “Superclasico” non si ferma solo una città, si ferma una nazione intera. È qualcosa che va ben oltre una finale di Coppa del Mondo. Ben oltre il concetto di calcio stesso e che se non si vive l’Argentina e se non se ne conosce la storia, non si può capire. Si viene catapultati in una realtà parallela, dove di colpo tutti i problemi di ordine politico, economico e sociale vengono accantonati e messi da parte.

Copa Libertadores 2018: Boca-River, un Superclasico per entrare nella storia del calcio. Per la terza volta nella storia, Boca Jr. – River Plate è stata una partita di finale. La prima fu nel 1976, una finale di campionato argentino. La seconda, sempre nel 2018, in Supercoppa nazionale. Nulla però di lontanamente paragonabile alla finale di Libertadores.

Una finale che è entrata nella storia prima ancora di essere giocata. L’ultima volta che una finale di Copa Libertadores si giocherà con la formula di andata e ritorno. Per il 2019, infatti, è prevista la formula della partita secca. Come la Champions League. Tra novembre e dicembre 2018, per problemi di ordine pubblico collegati al G20 in programma a Buenos Aires e per ragioni di sicurezza, la partita è stata rinviata complessivamente quattro volte.

La CONMEBOL, la confederazione sudamericana che organizza il torneo, ha programmato le due finali di sabato. L’andata alla Bombonera, l’11 novembre è stato uno show, 2-2 al triplice fischio finale. Il Boca due volte in vantaggio e poi ripreso dal River. Reti per i padroni di casa di Benedetto ed Abila, per il River, invece, Pratto e autogol di Izquierdoz nella ripresa che ha stabilito il pari finale. Davvero unico il clima di festa alla Bombonera, lo stadio del Boca che rappresenta un vero e proprio tempio del calcio. I tifosi del River non erano purtroppo presenti, per ragioni di sicurezza, come accade ormai da cinque anni in Sudamerica.

Il ritorno al Monumental, in casa del River, era programmato per il 24 novembre. Ancora una volta però la violenza, e tutto ciò che non ha niente a che vedere con il delirio calcistico, ha di fatto distrutto ancora una volta una occasione per il calcio argentino di mostrare invece la sua parte più bella. La passione per il pallone.

In una Buenos Aires blindata, i tifosi del River avrebbero attaccato il pullman del Boca, accolto con una violenta sassaiola e con spray urticante che ha colpito diversi giocatori, tra cui anche Tevez, finiti in ospedale. Risultato: partita annullata e rinviata, prima al giorno successivo e poi al 9 dicembre, cambiando addirittura continente.

Il Santiago Bernabeu di Madrid, dopo che era stata avanzata anche una candidatura di Genova, ha ospitato l’atto finale della Libertadores. Anche questa partita, dal punto di vista del calcio giocato, non ha tradito le attese. Il Bernabeu, teatro di importanti finali europee, pieno in ogni ordine di posti. Davanti a 80.000 spettatori, il Boca Juniors è andato in vantaggio nel primo tempo con un gol in contropiede del centravanti Dario Benedetto, che ha esultato in modo provocatorio verso i difensori “millonarios”.

Il River però non ha ceduto e ha pareggiato a venti minuti dalla fine con Lucas Pratto, portando la partita ai tempi supplementari. Al 109esimo minuto, Juan Fernando Quintero, ex fantasista del Pescara, ha riportato in vantaggio il River Plate, costringendo il Boca a scoprirsi totalmente per cercare il pareggio, nonostante fosse già in nove uomini per una espulsione e per l’infortunio di Fernando Gago. Il terzo gol del River è così arrivato in contropiede e a porta vuota, marcatore Gonzalo Martinez. Il Superclasico è biancorosso. Una vittoria che ha permesso al River di vincere la Copa Libertadores per la quarta volta nella sua storia, la seconda negli ultimi tre anni. La partita più importante di sempre del calcio sudamericano ha rispettato la sua tradizione.

La “garra”. La “mistica”. Nessuna retorica sul concetto di storia, sull’essenza stessa della rivalità. L’immagine è semplice: due tra le squadre più famose del mondo, che si sfidano per uno dei trofei più importanti. Devono rispondere sul campo all’unica domanda che conta nel calcio: chi è la più forte. E questa volta il campo ha risposto “River Plate”.